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LE STORIELLE

In questa sezione condivido con voi alcuni piccoli racconti scritti per i bambini, ma anche per i più grandi che ancora gelosamente custodiscono il loro prezioso "bambino". Buona lettura!

I due abiti

 

Nel luogo del dove nel tempo del quando

appesi a delle vecchie grucce, due abiti discutevano su chi dei due dovesse uscire dall’armadio, mentre li davanti, l’uomo che avrebbe dovuto indossarli, osservava e fremente attendeva. Quale dei due era più idoneo a essere indossato e a mostrarsi? Non era di certo una situazione semplice quella che stava avvenendo lì davanti l’armadio dove erano riposti.

Ognuno dei due riteneva che fosse precisamente la propria occasione per uscir fuori; per l’atmosfera, per l’ambiente e per le persone che avrebbero incontrato.

L’abito classico con fare elegante e in un impeccabile linguaggio aristocratico partì per primo con l’esporre le proprie ragioni “Caro é il mio momento. In questo ambiente solo io posso entrare. Il mio fare forbito e distinto ci farà fare di sicuro una gran bella figura” e immediatamente di rimbecco l’altro abito “…e si ecco a voi il signorino tutto ingessato propinatore delle più belle frasi prestampate che faranno prender sonno, più del gas soporifero”. L’abito classico per un attimo si scompose aggrinzendosi nelle maniche della giacca e mentre cercava di ricomporsi, l’abito casual continuò “Io porterò un po’ di scompiglio e tutti difficilmente si scorderanno di me, vedrai supplicheranno la mia presenza per tutti gli incontri da venire”.

Ripreso a fatica la perfetta piega della giacca, il classico un po’ spazientito sparò la sua preziosa cartuccia che di solito teneva come ultima possibilità. Quella cartuccia che immancabilmente gli permetteva di vincere le discussioni, anche quelle più impossibili. “eh ma mio caro casual che puoi capire tu! Li scompiglieresti tutti ma per il verso contrario. Ma a ogni buon conto dobbiamo prendere in considerazione il luogo e il tipo di persone che frequentano questo posto. Tutti, nessuno escluso, di aristocratiche origini. E da qui puoi ben capire che non accetteranno di buon grado la presenza di cafoni e pezzenti che non sanno come tenere un comportamento consono e rispettoso del luogo e delle presenze!”. Un gran bel colpo al fianco. La maglietta variopinta del casual si scombinò talmente tanto che quasi si ribaltò nei lati.

L’uomo attendeva ancora lì davanti l’armadio paziente e lo stato d’animo, dal fremente e teso si convertì in divertito e disteso.

“Che tronco d’albero che sei! Per paura di avere anche la più piccola piega stai sempre lì impalato come il pollo sulla graticola! Ed è proprio questa la fine che si fa ogni volta che vieni indossato tu! Un pollo allo spiedo! Cotto e mangiato da chiunque!”

“Ma senti chi parla! Quello che gironzolando per tutto l’ambiente in cui si trova, starnazza a destra e a manca pensando di divertire il pubblico, mentre il pubblico lo deride alle spalle!”. La discussione continuò ancora per molto che quasi si stava facendo tardi all’incontro e nel parapiglia generale i due abiti caddero dalle grucce. L’uomo, ormai completamente rasserenato, con amorevolezza li raccolse entrambi, come un padre raccoglie i propri figli che giocando sbadatamente cadono a terra. Proprio in quel preciso istante, mentre li scuoteva per togliere le piccole pieghe che si erano formate cadendo, l’uomo comprese ciò che era e ciò che doveva fare. Così disse ai due abiti ormai nuovamente appesi alle loro rispettive grucce “Cari siate sereni! Vi porterò entrambi e all’occorrenza indosserò l’uno o l’altro secondo l’atmosfera che verrà a presentarsi! È riporrò l’uno o l’altro se lo riterrò non idoneo alle persone presenti! Nulla mostreremo, diremo, faremo se non ciò che sarà in sintonia con l’armonia del luogo!”.

La Bella Goccia

Nel luogo del Dove e nel tempo del Quando, viveva in un grande fiume, una goccia d’acqua molto orgogliosa del suo aspetto e del suo modo di scorrere. Scendeva giù nel fiume disegnando nell’acqua traiettorie sempre più spettacolari e sinuose, meravigliando le altre che, affascinate, si fermavano nel vederla passare. Era immensamente soddisfatta di se. Tutte le giornate le passava sforzandosi nel farsi notare e apprezzare il più possibile. Un bel giorno la bella goccia notò in quel grande fiume una strana e insignificante gocciolina che non si fermava ad ammirarla. “Non era una cosa possibile! Forse quella gocciolina non si era ancora accorta delle sue fattezze e capacità!?”.
Ancora più determinata si sforzò di apparire sempre più bella e di fare peripezie sempre più difficili, ma nulla, la gocciolina non la notava proprio. Le giornate diventarono sempre più tristi per la bella goccia, perché non c’era niente che lei potesse fare per colpire l’attenzione della gocciolina, la quale scorreva semplicemente nel fiume com’era nella sua natura, senza apprezzare o disdegnare le altre, evitando tutti gli ostacoli che vi erano di volta in volta nel fiume. Scorrendo più veloce nei punti dove c’erano delle cascate e rallentando dove c’erano dei piccoli ristagni. Niente poteva farla star male, qualunque cambiamento nel suo percorso, la gocciolina lo seguiva senza pensare di volerlo cambiare. Scendeva giù nel fiume liberamente. La bella goccia non capiva perché quella strana gocciolina rimaneva indifferente e nemmeno riusciva a capire fino in fondo perché lei stessa si era incaponita a volerle piacere a tutti i costi, visto che era l’unica a non apprezzare la sua bravura e la sua bellezza.

Qualsiasi riflessione lasciava nel profondo tristezza e sofferenza. La bella goccia si ritrovò dall’essere ammirata al rimanere perplessa e contrariata dal comportamento di quella gocciolina che senza pensarci su, si prodigava in ogni occasione nell’aiutare le altre nello scorrere giù per il fiume, senza attendere nessuna gratitudine o riconoscenza. Così, mentre la bella goccia occupava il suo tempo in peripezie, evaporò e si addensò in una nuvola, aspettando poi il momento di ricadere come pioggia, giù nel fiume. La gocciolina, invece, scorrendo, arrivò fino al Mare e lì ne assaporò la grandezza. Nulla però per quest’ultima cambiò. Così come nel fiume assaporando i mille cambiamenti si era sentita una piccola goccia di quella grande quantità d’acqua, allo stesso modo nel Mare, assaporando lo stato di quiete, si sentiva semplicemente una infinitesima goccia dell’immensa acqua.

Il Piccolo Viaggio di Rocco

Nel luogo del Dove e nel tempo del Quando, esisteva uno sconfinato e verdeggiante prato, pieno di fiori delle più belle specie, dove sonnolento e immobile viveva un sassolino di nome Rocco, che in tale stato beatamente si gustava il copioso trascorrere dei giorni.
Passava il tempo e di seguito le stagioni e ogni cosa tutt’intorno nasceva, cresceva, appassiva e spariva.
Era solo questione di tempo, tutto avrebbe fatto la stessa fine: i fiori, l’erba, gli alberi, le piante.
Rocco non sapeva minimamente cosa significasse sparire, anzi, diciamo che non si era mai minimamente avventurato in ragionamenti simili.
Era solo una questione che riguardava gli altri, insomma non era debole e gracile come loro, “lui era fatto di tutt’altra pasta”, così diceva sempre a se stesso, ogni volta che qualche fiore o pianta appassiva e poi spariva.
Certo, un poco, poteva dispiacergli per i suoi vicini amici, con cui ogni tanto scambiava qualche chiacchiera, ma, passato il pensiero, ritornava subito a sonnecchiare, tranquillamente disteso su quel soffice prato.
Un giorno, però, successe qualcosa di strano, che turbò il suo riposo.

Per una stradina lì vicino, passava, baldanzoso, un grande sasso, che rotolando raccoglieva polvere e ogni piccola pietruzza e con ciò si accresceva sia in peso sia in dimensione.
Rocco, svegliato dal rumore assordante, con aria stupefatta, ne osservava il passaggio trionfale, quasi cavalleresco.
Non era, come si potrebbe pensare, una scena inventata di sana pianta dalla fervida fantasia di Rocco, ma proprio i suoi occhi ne erano stati i testimoni, non vi era alcun dubbio.
A tal vista, pensieri ed emozioni gli si aggrovigliarono, e da questi nacque un desiderio fortissimo, “Anch’io sono un sasso come lui, potrei spostarmi e viaggiare.
Perché non partire, tanto più che oramai sono anche stufo di questo benedetto prato.

Ma sì, voglio proprio iniziare a viaggiare, chissà quante cose potrò conoscere”.
Certo non ci aveva mai pensato, anzi diciamo che forse non sapeva proprio di poter rotolare, ma, ormai risoluto e sicuro della decisione presa, il piccolo Rocco iniziò a girare su se stesso, dapprima faticando un po’, poi sempre meglio, e finalmente imparò. Così, finalmente, s’incamminò rotolando giù per la stradina.
Il viaggio si faceva davvero interessante, nuovi paesaggi, nuove cose da vedere, nuovi incontri.
“Quante cose si era perso nel tempo in cui era rimasto immobile lì, in quel campo”.
Durante il cammino, ogni tanto ripensava al grosso sasso che l’aveva svegliato dal sonno e l’aveva stimolato a partire.
C’era solamente una cosa però che ancora non capiva, e che lo incuriosiva tanto; era proprio quel fatto strano, cioè che quel sassone ingoiava al passaggio tutto quel che gli finiva sotto, e questo lo faceva diventare un po’ più grosso.
Certo questa cosa l’aveva già vista fare da altri, ma mai da un sasso, e mai e poi mai si sarebbe sognato di vedere un sasso di quelle dimensioni.
Che cosa significava?
Ancora era lontano dal pensiero di Rocco, che cosa volesse dire questo curioso fatto.
Passato qualche tempo, il piccolo Rocco era ormai cresciuto di un discreto numero di centimetri, aveva raccolto non si sa quanta polvere e sassolini, ma lui non se ne curava, la sua attenzione era tutta rivolta a osservare e conoscere quello che vedeva.
Ordunque, tutto procedeva secondo i suoi desideri.
Un giorno, però, all’incrocio di due stradine, fece un incontro, che non era in conto nei suoi pensieri o meglio che non aveva ancora mai immaginato o previsto.Un sasso della sua stessa corporatura proveniva dall’altra stradina e si faceva sempre più vicino e minaccioso.
Uno scontro era inevitabile.

Un tale avvenimento non era contemplato nelle sue esperienze, così non era sicuro di che comportamento tenere, in quella situazione.
Ma non ebbe tempo per decidere alcunché.
I due si urtarono e l’altro sasso si frantumò in tanti pezzettini.
Rocco era ancora scosso dal fatto, l’altro sasso non c’era più, era sparito, com’era possibile una cosa del genere?
Comunque lasciò passare questi pensieri e riprese il cammino, e rotolando via raccolse suo malgrado i pezzettini dell’altro sasso, facendoli suoi.
E mentre si allontanava dall’incrocio si vide così cresciuto in un modo che ancora non aveva mai conosciuto, e s’inorgoglì.
Riprendendo il viaggio, ancora paesaggi e viste meravigliose apparivano lungo la via, ma colpito dal precedente incontro, il pensiero tornava lì, a quell’avvenimento.
“Cavolo come era cresciuto, e guarda con quanta ammirazione, ora che era molto più grande, veniva visto dai sassolini ai bordi della strada. E pensare che fino a non tanto tempo fa la sua corporatura era come la loro”.
Così successe che, in Rocco, il desiderio di viaggiare passò in secondo piano, mentre si fece sempre più pressante e centrale il desiderio di crescere, fino a diventare ossessionante.
Quindi le strade e le direzioni che prendeva, oramai, erano motivate unicamente da questo pensiero assillante, ‘crescere’, e le giornate erano completamente impegnate in urti, scontri e battaglie.
Tutto procedeva come da desiderio e, dopo ogni scontro, raccoglieva, o per meglio dire fagocitava, i resti delle altre rocce, crescendo in modo vertiginoso.
Finché un giorno fece un incontro che cambiò definitivamente la sua vita.
Entrò per una nuova via che finiva ai piedi di un’immensa montagna.

“Che fare? Beh forse doveva ritenersi fortunato, finalmente aveva incontrato qualcuno che poteva soddisfare in pieno il suo grande desiderio”, si disse.
Dopo un piccolo tentennamento, subito riprese a rotolare verso la montagna, mosso da quell’unico desiderio, che oramai da molto tempo l’avvolgeva completamente.
Riuscite a prevedere che cos’avvenne?

Beh, il povero Rocco si ritrovò sbriciolato in mille pezzettini.
Si ritrovò, così, come prima dell’inizio del viaggio, immobile e piccolo piccolo, ai piedi della montagna, che l’osservava, come un grande padre guarda i suoi piccoli figlioli.

Chi era questa montagna? E lui era forse sparito?
Fu così che Rocco, senza muoversi, iniziò un nuovo lungo viaggio…

La Signora Lavagna

Nel luogo del Dove e nel tempo del Quando, esisteva una scuola un po’ particolare, o meglio una strana aula.
La stranezza cominciava già dal nome, aula nulla o, come la chiamavano gli stessi alunni, aula zero.
Come in tutte le aule dell’intera scuola, aveva dei normalissimi banchi, delle altrettanto normali sedie, e ancora finestre, cartine geografiche appese ai muri, una cattedra e, come in tutte le aule che si rispettino, vi era anche una nuovissima lavagna con relativo gessetto e cancellino.
Ora i fatti che sto per narrarvi non si svolgevano, come si potrebbe erroneamente pensare, durante le lezioni, cioè alla presenza di professori e alunni, ma proprio al contrario durante la loro assenza.
Sì, vi si svolgevano normalissime lezioni, ma i fatti strani iniziarono dopo che tutti i ragazzi, al risuonare della campanella, in un frastuono enorme, furono usciti dalla scuola.
Dopo lo scalpitio e gli schiamazzi, calava un silenzio diciamo così di tomba, ed è qui che comincia la storia.
Un giorno, nel silenzio quasi assordante della scuola, nella classe zero, s’inziò a sentire un rumore che forse era più vicino a un suono: era il gessetto che si muoveva scrivendo sulla lavagna.
La lavagna silenziosa si lasciava scrivere.
Il gessetto tracciò una linea verticale a metà e scrisse da una parte la parola ‘cattivi’, che suonò come uno stridio, e dall’altra parte la parola ‘buoni’ che suonò come un bell’accordo.
“Perché scrivi questo?” chiese pacatamente la lavagna al gessetto.
Il gessetto, che era tutto concentrato, rispose, un po’ seccato, “Come, perché scrivo questo, ma lei non sa, cara signora lavagna, che bisogna segnare il comportamento dei ragazzi?”
“Quindi lei, signor gessetto, sta giudicando gli alunni di questa aula?” chiese ancora la lavagna.
Irritato dalla nuova domanda, finì di scrivere il primo nome, ‘Gigi’, nella parte dei cattivi e, con voce decisa, rispose: “Ogni ragazzo tiene dei comportamenti che sono o non sono giusti in un ambito scolastico, quindi io non faccio altro che osservarli e segnare gli alunni cattivi nella lista dei cattivi se il loro fare è stato cattivo e viceversa per quelli buoni, quindi, come può ben capire, io non giudico nessuno!”
“Ah ah, scusi se rido, signor gessetto, ma quello che lei fa è proprio giudicare gli alunni, definendo giusto o non giusto il loro atteggiamento” ancora rimbeccò la signora lavagna, ora molto divertita.
“Rida pure, ma questo è un lavoro serio”, disse il gessetto ancora più irritato, “solo così i ragazzi possono imparare qual è il comportamento da tenere, lo faccio per loro”, continuò gessetto, mentre scriveva il nome ‘Francesco’ nella lista dei cattivi.
La signora lavagna torno seria, per non indispettire ulteriormente il signor gessetto e facendo finta di essere interessata al discorso, gli pose una nuova domanda: “Che cosa possono imparare? Voglio dire, se ogni alunno è diverso dall’altro, come possono tutti quanti avere uno stesso comportamento?”.
Passata l’irritazione, il gessetto, da ligio educatore, iniziò a spiegare alla lavagna quanto fosse importante il suo lavoro e come potesse educare i ragazzi a tenere un certo comportamento che, più tardi nella vita, quindi fuori dell’aula, li avrebbe aiutati.
Insomma, avrebbero saputo socializzare, imparare un mestiere e altro ancora, rispettando gli altri.
Ma la lavagna ancora non era soddisfatta di questa spiegazione. “Socializzare? Ma i bambini conoscono questo fin dalla nascita, non li ha mai visti ancora in fasce, che si avvicinano, senza paure, e si scambiano sguardi e si toccano, e in men che non si dica giocano insieme con qualunque cosa gli passi per le mani?”
A tale affermazione, l’ottuso gessetto si fermò e pensò tra sé e sé che a questo non aveva mai riflettuto, ebbe un attimo di tentennamento. Beh, forse era vero tutto ciò, ma certo non poteva interrompere un lavoro che svolgeva fin dalla sua nascita, anzi fin da quando era nata la sua famiglia.
Dopo questi pensieri, risoluto rispose a quell’affermazione, “forse lei ha ragione, ma è tradizione che si scriva su di lei questi nomi, non possiamo interromperla. È da generazioni che noi della famiglia dei gessetti svolgiamo questo mestiere”. Poi fece una piccola pausa e aggiunse, “e soprattutto non possiamo contravvenire a una legge cui noi stessi siamo tenuti a sottostare!”
E riprese tranquillamente a scrivere.
Il nome successivo che segnò, ‘Giuseppe’, prese posto nella lista dei buoni.
Stavolta l’atteggiamento della signora lavagna assunse un aspetto meno irridente e molto più tenero, anche se molto più deciso nei confronti del gessetto, visto che non aveva ancora capito il valore assurdo del suo mestiere, o meglio del lavoro inutile che stava svolgendo.
“Rispetto il suo scrupoloso lavoro, ma tutto questo a chi e a che cosa serve?”
“Quello che lei fa costringe i ragazzi a tenere comportamenti adeguati nella scuola, ma contro se stessi, quindi di sicuro non serve loro. Ma mi sbilancerei anche di più dicendo che non serve neanche a lei, che allo stesso modo è costretto a farlo senza avere buone e giustificate motivazioni”.
A tal sentire uscì dal gessetto solo un balbettio senza senso.
La signora lavagna continuò ormai sicura di aver fermato un lavoro tanto inutile, “non che una cosa simile non possa aiutare dei ragazzi a crescere, certo, ma penso che tutto questo debba essere fatto con una certa cognizione, e soprattutto con intelligenza”.
Ormai ampiamente disorientato, il gessetto farfugliò, “e com’è che questo lavoro può essere svolto in modo utile?”
“Beh, sicuramente, comprendendo i ragazzi nei loro comportamenti e nel loro intimo, e poi valutando opportunamente qual è la cosa giusta per ognuno di loro, di modo che essi possano capire e soprattutto capirsi. Non bisogna sottovalutare il valore della loro coscienza. Insomma, tutto deve puntare a dar loro effettivamente dei mezzi, non dei fini, che possano aiutarli ad aiutarsi”.
Le ultime tre parole risuonarono nel gessetto: aiutare ad aiutarsi.
Sì, la signora lavagna aveva proprio ragione.
E, come per incanto, entrò il cancellino, che provvide prontamente a ripulire la signora lavagna non solo dai nomi fin lì scritti, ma anche delle scritte ‘buoni’ e ‘cattivi’.
Questo era un gran giorno per gessetto: aveva compreso tutto, non solo come doveva svolgere il suo lavoro, ma finanche la funzione del cancellino e della lavagna stessa.

Il bus

.....seduta alla fermata di un bus, una ragazza ben vestita, una signorina con una rosa in mano. La giovane passa la delicata rosa da una mano all'altra, la gira, l'annusa, la posa sulle gambe e poi un po' triste alza lo sguardo in fondo alla via. È molto che attende, ma niente nessun bus in arrivo ancora. Lentamente ripiega gli occhi verso la rosa, ormai inarcata per la troppa attesa sulle sue gambe ordinatamente giunte. La osserva e l'accarezza con la punta delle dita, quasi a non volerla consumare: il gambo, le piccole spine, fino ai petali ancora chiusi tra loro a formare un calice.
Un rumore in lontananza. La ragazza si gira velocemente "sarà......", il fiato sospeso, il cuore tremante, sul volto si disegna la felicità. Le sue orecchie ascoltano una strana musica; il motore del bus che si avvicina velocemente, si mescola in perfetta armonia col suono del cuore che prende a rullare. Il bus frena e si ferma passando completamente la giovinetta, ormai scomparsa dietro il polverone alzato dall'automezzo. “Quanto è dolce la polvere che si respira, se l'animo sempre più in alto mira”. Le porte del bus si aprono con un sordo schioppo e poi silenzio, più nulla accade. Nessuno scende da quel bus tanto atteso. Vuoto, è completamente vuoto. La ragazza delusa lascia cadere le braccia stringendo sempre forte la rosa nel pugno. Infine… si risiede sulla panchina della fermata del bus, una ragazza ben vestita, una signorina con una rosa in mano…

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